Le proposte di Nardella su Airbnb: ma non ci sono alternative?

Le proposte di Nardella su Airbnb: ma non ci sono alternative?

Il sindaco di Firenze ha proposto di recente, insieme al sindaco di Venezia, un decalogo per il rilancio delle città d’arte. Alcune delle norme proposte limiterebbero il fenomeno dell’house sharing, solitamente identificato con Airbnb.

Airbnb è il sito di maggior successo del settore, pioniere di un sistema innovativo che annulla l’intermediazione di agenzie di viaggio e altri professionisti per mettere direttamente in contatto viaggiatori e proprietari di case. Il vantaggio per i turisti è il risparmio economico rispetto a molti hotel, ma non solo. Non va sottovalutato il desiderio di vivere un’esperienza diversa da quella del soggiorno in una camera d’albergo, di “vivere come la gente del luogo”, come dice il famoso slogan di Airbnb.

Il soggiorno in una casa vacanza è un’esperienza diversa da quella dell’hotel, e generalmente viene considerata dagli ospiti più “autentica”, meno “preconfezionata”. E’ proprio impegnandosi costantemente per soddisfare questo bisogno dei clienti che i proprietari di casa privati e i professionisti del settore hanno sviluppato una cultura dell’ospitalità nuova.

L’ideale che l’hotelerie persegue infatti è la qualità del servizio d’accoglienza inteso come pulizia, professionalità e comodità. Nel mondo dell’house sharing invece, ci si concentra di più sull’unicità dell’esperienza nel suo complesso. Il turista non viene trattato come un cliente, ma idealmente come un vecchio amico che torna a visitarci. La qualità percepita dal turista è più legata al senso di familiarità, alla qualità dei consigli su cosa fare durante la vacanza e all’unicità dell’esperienza che l’host riesce ad offrire. Insomma, dal proprietario di casa ci si aspetta un ruolo di guida per il viaggiatore che non vuole solo guardare dal finestrino di un bus turistico i monumenti più famosi, ma che vuole sperimentare sulla sua pelle la cultura ed entrare in contatto con la gente locale.

Io lavoro nel settore dell’house sharing, quindi sicuramente posso essere considerato di parte. In questo articolo però, piuttosto che difendere a spada tratta il “sistema Airbnb” o cercare di distruggere le posizioni contrarie, vorrei riflettere sui presupposti e sulle cause di questo scontro e capire se ci siano alternative che mettano tutti, o quasi, d’accordo.

Non è la prima volta che l’industria che si è data il nome di “Vacation Rental”, finisce sotto i riflettori della politica con lo scopo di regolamentarne l’espansione, ma con il risultato di limitarne o azzerarne la diffusione.

La domanda fondamentale da porsi è: noi, come comunità, cosa vogliamo ottenere da una eventuale nuova regolamentazione del settore? Qual è il nostro obiettivo? Che risultato ci aspettiamo? Proviamo a leggere il citato decalogo per cercare di capire cosa ci viene proposto e che vantaggio ne otterrebbe la collettività.

Le tre ragioni fondamentali chiamate in causa per giustificare la richiesta di una nuova regolamentazione sono:

  1. Il sospetto che l’offerta degli affitti turistici brevi sia di qualità inferiore a quella degli hotel;
  2. La concorrenza sleale dal punto di vista fiscale e dei regolamenti generato dalle diverse normative che si applicano ad un settore e all’altro;
  3. Lo svuotamento dei centri storici causato dall’impennata dei prezzi di affitto.

Riflettiamo su questi tre punti uno per uno.

Per quanto riguarda il primo, potremmo individuare l’obiettivo comune da raggiungere nella necessità di garantire un livello dell’offerta di accoglienza qualitativamente alto. Questo protegge i turisti da truffe e mantiene il buon nome dell’Italia all’estero. Sono sicuro che possiamo essere tutti d’accordo sull’importanza di perseguire questo scopo.

Quello su cui non sono d’accordo è l’assunto che la qualità dell’accoglienza degli affitti turistici sia di bassa qualità. In verità sono sicuro che sia l’opposto. Nel testo si propone l’equazione: “non professionale” uguale “scadente”. Qui si fa una confusione tra due significati diversi della parola professionale. Da una parte quello di “esercitare una professione”, dall’altra quello di “fare le cose bene”. Una volta distinti questi due significati sembrerà ovvio a tutti che un proprietario di alloggio turistico, anche se magari non può essere considerato esattamente un professionista, può comunque eccellere nell’accoglienza. Lo dimostra, tra l’altro, l’altissimo punteggio che ottengono gli appartamenti turistici nelle recensioni, anche nei siti dove sono in competizione con gli hotel (e vi assicuro per esperienza personale che punteggi alti non si possono ottenere con recensioni false su Airbnb e Booking.com).

Quindi, per quanto riguarda la qualità, ritengo insensato fare di tutta un’erba un fascio e stabilire, sulla base di una confusione semantica, che tutta l’offerta di affitti brevi sia di scarsa qualità. Ci saranno sicuramente alcuni proprietari che offrono un servizio scadente, e saranno destinati a chiudere, schiacciati dal peso di recensioni negative e clienti insoddisfatti, esattamente come ci saranno hotel scadenti destinati a chiudere i battenti in forza delle stesse dinamiche.

Per fare un esempio, se io voglio andare in vacanza a casa della Signora Pina (che gestisce un alloggio turistico), perché mi piace viaggiare in un ambiente familiare e accogliente, magari risparmiando qualcosa, e rinunciando a servizi come colazione, ristorante, pulizie giornaliere e reception, sarò soddisfatto, perché è proprio quello il servizio che volevo, non quello dell’hotel.

Non mi sembra che in questo senso ci sia bisogno di un intervento amministrativo. Anzi, sarebbe più saggio difendere il diritto dei clienti a scegliere da soli di volta in volta che tipo di alloggio desiderano, hotel o appartamento turistico.

Passiamo al secondo punto: la concorrenza sleale.

In questo caso si vuole proteggere il giusto diritto dei proprietari di hotel e affittacamere di vedersi applicate le stesse regole di chi offre lo stesso servizio ma è avvantaggiato da una serie di normative. Ma siamo sicuri che si tratti dello stesso servizio? Come già spiegato in precedenza, io credo proprio di no.

Un hotel offre alloggio assieme a tutta una serie di servizi collaterali, riunendo in un edificio tantissime persone, apparecchiature industriali, personale, cucine e via dicendo. Ecco perché è necessario che la struttura abbia dei requisiti e delle licenze che garantiscano che questa situazione straordinaria non diventi pericolosa.

Per quanto riguarda un’appartamento destinato ad alloggio turistico, è ovvio che tutti questi motivi vengono meno.

Sono sufficienti le misure attualmente in vigore e comuni a tutte le case, visto che come case verranno utilizzate, anche se a farlo saranno dei turisti.

Per quanto riguarda la tassazione, le differenze offrono un vantaggio fiscale ai proprietari di casa rispetto a chi realizza un reddito d’impresa.

Una modifica dei criteri con cui si stabilisce la natura imprenditoriale dell’attività e condivisibile: chi svolge per vivere l’attività di locazioni brevi dovrebbe pagare le tasse come chi ha un hotel o un affittacamere. Non è giusto invece il criterio indicato nel decalogo Mi sembra ragionevole stabilire se l’attività è imprenditoriale o no in base ai guadagni, piuttosto che in base al numero delle proprietà. Chi ha una sola casa al centro di Roma deve rientrare nella stessa categoria di chi ne ha due a Canicattì? In questo modo si tornerebbe a favorire qualcuno, in particolare chi ha una casa più lussuosa e redditizia rispetto a chi ne a due o tre in zone meno ricche.

Quindi per riassumere le mie riflessioni sul secondo punto, penso che chi gestisce un hotel svolga un’attività complessa che richiede giustamente un copioso numero di licenze e requisiti; il proprietario di un alloggio turistico affitta una casa, niente di più, quindi non dovrebbe essere sottoposto a requisiti diversi rispetto a chiunque altro svolga questa semplice attività. In questo caso non si tratta di concorrenza sleale. Sarebbe come dire che le auto fanno concorrenza sleale agli aeroplani perché è più facile ottenere la patente che il brevetto di volo.

Invece per quanto riguarda la fiscalità, penso che sia giusto che si paghi tutti lo stesso. Pagare le tasse in un modo o in un altro non deve diventare un vantaggio per nessuno, altrimenti, invece di favorire una cultura in cui lavorando meglio si guadagna di più, ne favoriamo una in cui chi si accaparra il sistema fiscale migliore guadagna di più, investendo le nostre energie in attività prive di valore.

I proprietari di appartamenti turistici potrebbero obiettare che fare impresa in Italia è oneroso, labirintico e sconveniente, e visto che una casa vacanze rende poco più di uno stipendio non varrebbe la pena di caricarsi dei rischi e degli impegni connessi.

Io risponderei che hanno ragione, ma questo è un problema che riguarda l’intero nostro sistema, che svantaggia in modo clamoroso i piccoli a causa di una serie di adempimenti, imposte fisse (non proporzionali al reddito), e barriere di ingresso insostenibili per chi riesce a ricavare solo un piccolo reddito.

Due esempi: i minimi contributivi e le tasse di iscrizione alle camere di commercio. Se il mio alloggio genera €6.000 all’anno ad esempio, e devo aprire la partita iva, sarò costretto a perdere in ogni caso più della metà dei miei guadagni a causa di queste due imposte, senza possibilità di dedurre alcuna spesa. C’è il serio rischio di andare in rosso, non per la mia incompetenza ma per questo “pagamento fisso” incredibilmente preteso dallo stato. Se ho un affittacamere che rende €40.000 euro, ovviamente il problema si annulla.

Non possiamo però utilizzare un’ingiustizia (pagare meno tasse degli albergatori) per sopperire ad un’altra (chi ha poco reddito è impossibilitato a lavorare a causa delle imposte fisse). Si tratta di un altro problema che va risolto in un’altra sede e magari tutti uniti, visto che combattere le ingiustizie è senz’altro un valore condiviso da tutti noi.

L’ultimo argomento che viene citato nel decalogo è lo spopolamento dei centri storici.

Come si evince dal testo, la dinamica da combattere sarebbe quella per cui gli appartamenti turistici rendono meglio degli affitti tradizionali, quindi i prezzi di affitto salgono e ai residenti è preclusa la possibilità di vivere in centro. Si vorrebbe quindi proteggere il diritto dei residenti di vivere nel loro centro storico. Ma siamo sicuri che una famiglia del XXI secolo sia davvero interessata a questa opzione?

Condividerò la mia esperienza riguardante la città di Roma. Il centro storico non è un’isola felice dove tutti vorrebbero vivere. Molte case hanno 200, 300 o anche 500 anni. I vicoli del centro sono stretti e parcheggiare è un incubo. La metro non passa in tutta l’area che va da Piazza Navona a Trastevere. I negozi sono piccoli e non offrono la stessa quantità di prodotti di quelli che si trovano nei quartieri più periferici che hanno locali commerciali più spaziosi. Non ci sono molte occasioni di lavoro se non quelle legate al turismo, quindi la maggior parte dei residenti dovrebbero fare i pendolari verso zone periferiche. Secondo voi una famiglia giovane con un bimbo piccolo, può ottenere un vantaggio dal vivere in una casa antica, con stanze piccole, problemi manutentivi, difficoltà di parcheggio e poca offerta di negozi e prodotti? Non è più ragionevole che una famiglia di questo tipo si insedi in una casa moderna nei pressi del centro e che magari un membro della famiglia approfitti dell’occasione offerta dagli alloggi turistici per lavorare in centro?

Le immagini dei centri storici deserti durante il lockdown sono la risposta a questa domanda. Gli alloggi turistici vuoti, pur essendo stati messi di nuovo a disposizione dai proprietari per aspiranti residenti, sono rimasti disabitati.

Non fraintendetemi, ci sono anche case molto lussuose in centro, ma una buona parte rispecchia la mia descrizione.

La mia opinione è quindi che molte case dei centri storici siano perfette per chi rimane per pochi giorni, ma non molto desiderabili per i residenti, soprattutto quelli che lavorano nei quartieri più periferici. E questo tipo di case, quando non sono su Airbnb, non sono occupate da famiglie, ma più spesso da gruppi di lavoratori dei ristoranti e delle altre attività del centro che si accontentano di un posto letto e degli spazi angusti di queste casette antiche. Limitare gli appartamenti turistici, a mio avviso, favorirebbe questo fenomeno, piuttosto che ripopolare il centro di persone che invece, giustamente, preferiscono optare per una casa dagli standard moderni.

Questo argomento mi sembra quindi poco consistente. Ma anche se volessimo davvero proteggere questo presunto diritto a risiedere in centro, la soluzione non sarebbe comunque quella proposta nel decalogo.

Infatti si propone di consentire ai sindaci di limitare in diversi modi la quantità di appartamenti turistici autorizzati in tutta la città. Se si vuole riservare il centro storico a chi vuole viverci, mi sembra evidente che non serve coinvolgere l’intera città. Si potrebbe benissimo limitare la quantità di alloggi turistici nel centro storico permettendo invece questa attività negli altri quartieri. Magari a Roma quartieri come il Pigneto, Tor Pignattara o Monteverde potrebbero aumentare la loro offerta di alloggi turistici e un po’ della ricchezza che ora si ammassa in centro si distribuirebbe in modo più omogeneo, a beneficio di tutti gli abitanti della città.

Mi auguro che non vada poi a buon fine la proposta di un nuovo registro per gli alloggi turistici, visto che questi già effettuano una comunicazione al comune e alla regione prima di iniziare l’attività, e poi ottengono un numero identificativo unico regionale, essendo così già inseriti non in una lista, ma in due. Serve a qualcosa continuare a chiedere le stesse informazioni ai cittadini? I dati non cominceranno a lavorarsi da soli, se le amministrazioni vogliono utilizzarli in qualche modo, possono cominciare da subito.

Alla luce di questo vorrei sollevare anche un’obiezione sul metodo che si vorrebbe utilizzare per limitare l’espansione del fenomeno dell’house sharing. Nel decalogo vengono proposte nuove regole diverse in ogni città, nuovi registri, nuovi requisiti, più burocrazia insomma, facendo impantanare i cittadini che vogliono intraprendere questa attività in una palude di carte che li rallenta e li argina.

Preferirei che, se si decidesse che questa attività non è gradita, si vietasse semplicemente. Aggiungere caos ad una situazione normativa già caotica è davvero anacronistico. Sono sicuro che possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che vogliamo andare nella direzione della semplificazione e riduzione delle norme, rifiutando quella opposta.

Tutto considerato, a volte ho l’impressione, magari a torto, che non si voglia limitare l’attività di house sharing, ma la quantità di turisti. Spesso si sentono interviste e dichiarazioni che rivelano un senso di fastidio verso i viaggiatori che si accalcano di fronte alle bellezze delle nostre città, e vogliono sperimentare la dolce vita seduti ai tavolini dei nostri bar.

Mi sembra ovvio che limitare l’accesso ai monumenti non si possa in alcun modo considerare un interesse pubblico, anzi tutt’altro. Magari vorremmo tenere tutti per noi i tesori millenari che la storia ci ha lasciato in eredità, ma questo sentimento, pur comprensibile, non si può certo considerare virtuoso.

Limitare la quantità di alloggi significa far aumentare il costo di una vacanza in Italia, esattamente l’opposto dell’effetto forse più positivo che l’house sharing ha portato: la possibilità per molte più persone di godere delle bellissime opere d’arte e della cultura delle nostre città. Oggi infatti due ragazzi giovani e squattrinati possono benissimo prenotare un volo low cost e soggiornare a buon mercato in un piccolo monolocale in affitto su Airbnb. Credo che possiamo essere d’accordo che questa sia una cosa buona. Tutti hanno diritto a stupirsi di fronte al Colosseo, emozionarsi di fronte ad un quadro di Botticelli e ad assaggiare le delizie della nostra cucina nei nostri ristoranti.

Torniamo ora alla domanda fondamentale alla base di questa riflessione: qual è il valore comune, l’obiettivo che vogliamo raggiungere normando (o non normando) ulteriormente il settore dell’house sharing? La possibilità per tutti di accedere alla cultura o l’opposto? La parità di condizione fiscale tra tutti i cittadini o il privilegio di alcuni? La semplificazione delle norme o la complicazione della burocrazia? Una distribuzione dei ricavi del turismo ampia o elitaria? Secondo me solo se ci concentreremo sulle risposte a queste domande troveremo la soluzione migliore possibile.

Di Simone Trimarco

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